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Paese immoblizzato, classe dirigente inadeguata. Che fine ha fatto la nuova borghesia?

Sui difetti, limiti e responsabilità della politica molto si è detto e analizzato. Molto meno si è discusso invece sul ruolo della classe dirigente in generale e di quella imprenditoriale e finanziaria in particolare. Discorso difficile, per tanti motivi. Perché il modello di capitalismo relazionale affermatosi nel tempo -media compresi- ha in qualche modo pietrificato il confronto. Perché c'è il rischio, sempre incombente, di scivolare sulla generica – quanto inutile nella sostanza- denuncia dei cosiddetti "poteri forti" perennemente in assetto "tramistico". E, infine, perché è necessario anche evidenziare il fatto che quel modello, in particolari momenti – e la grande crisi è tra questi- ha funzionato da ammortizzatore con la sua rete bancocentrica diffusa anche a livello locale. Se il sistema, aggredito da una crisi senza precedenti, ha tenuto fin qui a livello sociale lo si deve anche a questa particolare forma di capitalismo. Familiare e, appunto, relazionale.

Ma qualcosa, ora, si muove. Lo dimostrano i due interventi dei professori Ernesto Galli della Loggia (http://www.corriere.it/editoriali/13_ottobre_20/potere-vuoto-un-paese-fermo-1e477e6a-394d-11e3-893b-774bbdeb5039.shtml) e Luigi Zingales (http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2013-10-20/quella-poca-reputazione-frena-091314.shtml?uuid=AbIiuzvI) sul Corriere della Sera e Sole 24 Ore. Il primo è una critica durissima al capitalismo italiano, di ieri e di oggi. Vale per gli imprenditori, che tra l'altro hanno acquistato a prezzi di favore aziende dallo Stato e "sotto la loro illuminata guida le hanno condotte al disastro, naturalmente senza mai rimetterci un soldo del proprio". Vale per  le banche ("una palla al piede") e per i banchieri: di sovente "dirigenti vegliardi, professionalmente incapaci, mai sazi di emolumenti vertiginosi, troppo spesso collusi col sottobosco politico e pronti a dare quattrini solo agli amici degli amici". Zingales a sua volta spiega che gli stranieri non investono in Italia perché non si fidano della sua classe dirigente, tipo quella manageriale, dove la "menzogna è pratica corrente" al pari dell'abuso di potere per fini personali, per cui "non passa giorno senza rivelezioni di comportamenti singolari da parte dei principali vertici aziendali del nostro Paese".

Analisi come si vede impietose, forse anche fin troppo ingenerose. Possiamo immaginare che non mancheranno le repliche e che queste avranno anche buone ragioni. Ma è comunque un fatto positivo che questo confronto decolli . Nel 1991 l'economista Mario Deaglio scrisse per Laterza un libro di successo, "La nuova borghesia industriale e la sfida del capitalismo". Si tratta, scriveva allora, di "una classe meno dinastica, più individualista, più fortemente dipendente dal buon funzionamento del mercato per la sua stessa esistenza, con maggiore facilità di ingresso di nuovi membri e di espulsione dei membri vecchi". Una nuova borghesia "che ha in comune con la borghesia classica un ruolo "rivoluzionario" in senso marxiano, ossia sovvertitore dell'ordine e delle istituzioni esistenti". Ventidue anni dopo, fallita la rivoluzione liberale di Berlusconi, eccoci a Galli della Loggia e Zingales. E alla domanda: che fine ha fatto la nuova borghesia economica e finanziaria italiana?