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Attualità di Paolo Baffi, il burbero genio che vide i problemi dell’euro vent’anni prima della sua nascita

Mercoledi 23 all'Associazione Bancaria si presenta il volume, curato da Sandro Gerbi e Beniamino Andrea Piccone, "Paolo Baffi parola di Governatore" (Nino Aragno Editore). E' una buona occasione per riscoprire la burbera genialità di Baffi, scomparso nel 1989, liberale, grande professore universitario (insegnò Storia e politica monetaria alla facoltà di Scienze politiche a Roma), timoniere della Banca d'Italia dal 1975 al 1979, costretto a lasciare la banca centrale dopo l'incriminazione per favoreggiamento e interesse privato in atto d'ufficio in un'inchiesta della magistratura romana (accusa che si rivelò infondata con l'assoluzione in fase istruttoria nel 1981)  sulla mancata vigilanza in alcuni istitui di credito. Baffi (classe 1911) solo a motivo della sua età non finì in carcere, destino che invece toccò al vicedirettore generale della Banca, Mario Sarcinelli (che ricorderà Baffi assieme a Antonio Patuelli, Paolo Savona e Piero Barucci, presente il Governatore Ignazio Visco).

Baffi, tra le sue tante intuizioni avvalorate da una straordinaria padronanza della teoria economica, fu in sostanza l'uomo che vide i problemi dell'euro  vent'anni prima della sua nascita. Era il dicembre 1978 quando il Parlamento italiano decise sull'adesione allo SME (Sistema Monetario Europeo, il papà dell'euro). I banchieri centrali europei erano scettici, e Baffi non esitò in Italia ad evidenziare le sue ragioni tecniche. Come ha spiegato il Governatore Ignazio Visco qualche giorno fa ricordando all'Università Bocconi Luigi Spaventa, Baffi era sì convinto dei benefici di lungo termine di un sistema di cambi fissi o quasi fissi ma riteneva che quell'obiettivo potesse essere raggiunto durevolmente solo dopo aver riformato l'economia nei suoi caratteri strutturali: produttività, bilancio pubblico, istituzioni. E riteneva, Baffi, "che l'onere dell'aggiustamento all'interno del sistema europeo dovesse essere equamente ripartito fra paesi in surplus e paesi in deficit. Coerentemente si battè in sede di negoziato -ricorda Visco- per ottenere una banda di oscillazione più ampia (6%, ndr) per la lira e misure accompagnatorie sul piano dell'economia reale".

Sono i problemi di cui discutiamo oggi, vivi più che mai. A Baffi la "parità del cambio eretta feticcio" non andava giù. Dieci anni più tardi, il 3 giugno 1989, su "La Stampa", scrisse un piccolo saggio nel quale si affermava che un sistema a guida marco tedesco fondato sulla stabilità dei prezzi e sulla rigidità del cambio "impone a qualsiasi paese che subisca uno shock riduttivo della sua capacità di produrre reddito la scelta tra il finanziamento estero e il ricorso all'abbatimento dei prezzi interni e, maggiormente, dei salari". Nel 1978, governo Andreotti, le ragioni politiche (Ugo La Malfa e Nino Andreatta, maestro di Enrico Letta, fu grande sostenitore del sì mentre Luigi Spaventa, eletto come indipendente nelle liste del Pci, votò no richiamandosi alle obiezioni di Baffi) prevalsero. Ricorderà successivamente il predecessore di Baffi alla guida di Bankitalia, Guido Carli, che Baffi, pur convinto europeista, "confermò sempre il suo dubbio sulla capacità dei vincoli monetari di scuotere il Paese".

Il dibattito alla Camera sull'adesione dell'Italia allo SME, al quale partecipò da protagonista Giorgio Napolitano, fu uno straordinario confronto politico. Vale la pena di rileggerlo ( http://www.camera.it/_dati/leg07/lavori/stenografici/sed0383/sed0383.pdf ). Sullo sfondo c'è Paolo Baffi, l'uomo che vent'anni prima della nascita dell'euro vide i problemi di oggi, nel 2013.