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Sull’Italia in Europa il caso del prof Guarino. E chissà che non sia Grillo a riscoprirlo

Il caso Guarino c'è ma non è così strano come si potrebbe pensare. Parliamo dell'Italia in Europa e mi riferisco in particolare al professor Giuseppe Guarino, 91 anni appena compiuti, già democristiano, giurista raffinato, ex ministro delle Finanze nel 1987 e dell'Industria nel 1992. Ma l'esatto contrario, oggi, di un personaggio definibile come un ottimo "usato sicuro". Perché da anni il vecchio avvocato è all'opposizione dell'euroconformismo e continua tuttora la sua (quasi solitaria) campagna. Con qualche successo e qualche prospettiva un po' meno solitaria in un quadro politico-culturale che va cambiando rapidamente.

Nelle ultime settimane è stato il quotidiano "Il Foglio" diretto da Giuliano Ferrara a dare spazio al suo ultimo saggio che come scrive oggi sullo stesso giornale Marco Valerio Lo Prete denuncia (oltre ad un Fiscal compact giudicato illegale inappicabile) "un golpe" realizzato quindici anni fa, quando entrò in vigore il regolamento Ue 1466/97 che secondo Guarino contraddiceva gli stessi Trattati ed impediva agli Stati membri di realizzare una politica economica per la crescita. Oggi, il governo Letta dovrebbe porre il problema a Bruxelles, superando così il tetto del 3% del deficit e porsi poi il problema dell'uscita dall' Euro (ma non dall'Europa) dando vita ad una nuova moneta comune assieme alla Francia.

Ma Guarino è pessimista sul confronto in Italia riguardo la sua tesi, corroborata da un'analitica spiegazione, come si dice, in punta di diritto . "E se non ci sarà un politico emergente o un protagonista del dibattito pubblico che scelga di farne una sua causa non sarà servito a nulla", dice a Lo Prete.

Che esista, su questi punti "strategici" del dibattito politico in corso, un caso di solitudine intellettuale del prof Guarino non c'è dubbio. Viene da lontano, come io stesso posso testimoniare.

Nel giugno 2008, quando si doveva ratificare il Trattato di Lisbona, dedicai al tema un Pit Stop (allora rubrica settimanale su carta) sulla necessità che sulle prime ipotesi di Guarino (come dal suo libro "Ratificare Lisbona?", Passigli Editori, 2008) la politica dovesse procedere ad un esame serio nel merito di ciò che si andava a ratificare, evitando "un'approvazione per principio o perché non si può fare diversamente". Il giorno stesso della pubblicazione dell'articolo (titolo: Trattato Ue, nessuna ratifica ad occhi chiusi -Prima dell'adesione i parlamentari dovrebbero approfondire la conoscenza della Carta di Lisbona") mi telefonò un alto funzionario dello Stato, del quale avevo avuto già modo di misurare l'inossidabile euro-entusiamo, per domandarmi, un po' scherzando e un po' no, perché mai davo spazio ai pensieri "insolenti" (sì, disse proprio così) del prof Guarino.

Già, perché allora come oggi il problema è che la classe dirigente italiana, a partire da quella politica, non riesce a discutere nel merito dei problemi. E finisce (salvo poi lamentarsene successivamente) per approvare a scatola pressoché chiusa anche ciò che invece dovrebbe essere approvato o disapprovato con grande responsabilità e consapevolezza. Una prova recente? La legge rinforzata sul pareggio di bilancio, approvata al Senato a maggioranza assoluta,  in tutta fretta, alle 22 della sera, il 20 dicembre 2012 (votanti 226, 222 s' e 4 no). Con Pdl e Pd che si rammaricano per non aver approfondito la questione.

Qualcosa sta cambiando oggi? Sì, visto che anche il dibattito tra gli economisti si è allargato e "pluralizzato". E come dimostra lo stesso tentativo di Enrico Letta (curiosità: nel 1997, quando usciva il regolamento europeo 1466 definito "un golpe" da Guarino, Letta dava alle stampe il suo libretto Laterza "Euro sì, morire per Maastricht") di mostrare qualche muscolo a Bruxelles. Mentre a sinistrae una Barbara Spinelli (si veda il Pit Stop del 10 novembre) è accusata da Eugenio Scalfari di eccessiva comprensione per il grillismo eurocritico. E chissà mai che non sia proprio il leader del M5Stelle, Beppe Grillo,  a leggere con più attenzione le "insolenti" tesi del prof Guarino.

  • over-the-counter |

    Mio caro Gaetano, ma come puoi pensare che un fenomeno come la globalizzazione, che dipende da mutamenti profondi della struttura tecnologica del mondo, potesse essere fermato firmando o non firmando l’ingresso della Cina nel WTO?
    E ti illudi che, in questo mondo globale che non ha alternative, un paese possa continuare a dare stipendi da paese avanzato per manifatture a bassa intensità tecnologica?
    O che questo sia un problema di moneta e non di produttività, nel contesto attuale delle global value chains? Senza contare che svalutando continuamente la moneta impoverisci il paese comunque…
    L’integrazione europea era e resta l’unica strategia vincente e l’euro è lo strumento indispensabile che a sua volta forza ulteriormente l’integrazione.

  • Gaetano |

    Le tesi del Prof. Guarino sono esatte, la crisi comincia 15 anni fa con la firma, ad opera di Prodi, del trattato UE per l’ingresso della Cina e dell’India nel WTO. Da allora è cominciato il processo di globalizzazione con il massiccio trasferimento di ricchezza dall’occidente all’oriente a beneficio delle multinazionali e a danno di tutte le altre aziende che operavano sul mercato interno, ovvero la stragrande maggioranza del tessuto produttivo. Il PIL dei Paesi occidentali ha cominciato a ridursi sempre di più sotto la spinta della delocalizzazione produttiva e la disoccupazione inizialmente tenuta a freno con massicce assunzioni nel settore pubblico, alla fine non è stata più contenibile per il calo di risorse che pervenivano agli Stati occidentali sotto forma di imposte. L’euro è stata la mossa decisiva per mettere in ginocchio tutti quei Paesi manifatturieri che avevano una forte industria interna e una produzione dedicata alle esportazioni basata su prodotti a basso valore aggiunto sostituibile con prodotti made in Asia. Euro e globalizzazione hanno messo in ginocchio i Paesi occidentali e l’austerity imposta da Berlino impedisce qualsiasi forma di compensazione in grado di liberare risorse e mantenere in vita i sistemi economici europei. L’implosione di tutto questo sistema è solo questione di tempo, e più tempo passa e maggiore sarà il boato causato dalla deflagrazione che si porterà via tutta la nomenklatura politica insipiente e genuflessa a Berlino.

  • Alberto |

    Sono molto d’accordo con l’analisi del prof. Guarino e con la nota di Guido Gentili. Condivido in particolare il passo dell’articolo ove si afferma che “la classe dirigente italiana, a partire da quella politica, non riesce a discutere nel merito dei problemi. E finisce (salvo poi lamentarsene successivamente) per approvare a scatola pressoché chiusa anche ciò che invece dovrebbe essere approvato o disapprovato con grande responsabilità e consapevolezza”.E’ esattamente quello che sta accadendo nella triste vicenda del brevetto unitario e della corte unitaria, dove governo e Confindustria hanno deciso di non esaminare nel merito le norme da ratificare, non volendo vedere il grave danno che arrecherebbero all’industria italiana.

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