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Dopo Grillo e Renzi, la politica a trazione eurocritica s’è fatta maggioranza. Questa è la grande novità

Una larga maggioranza eurocritica s'aggira in Italia. Non ne potrà scaturire una formula da "larghe intese" perché mettere insieme Grillo e Renzi, berlusconiani e diversamente berlusconiani, leghisti ed altri appare impossibile. Ma di questo si tratta, piaccia o no, ci siano o no le elezioni politiche nazionali di nuovo alle viste. Bastano quelle europee, fissate per il 22-25 maggio 2014: la campagna elettorale è già in corso e l'Europa è un tema fortissimo.

All'appuntamento, la classe politica (per non dire l'intera classe dirigente italiana) arriva nel peggiore dei modi. A parte i newcomers Grillo e Renzi (e vedremo con quali differenze) gli eurocritici di oggi sono gli stessi che, con convinzione accompagnata spesso da grande entusiasmo, hanno condiviso e approvato tutto quello che c'era da approvare. A cominciare dal Governo Berlusconi-Tremonti (2008-2011) passando per quello Monti: semestre europeo, Six pack, Two pack, Fiscal compact, pareggio di bilancio anticipato e messo in Costituzione. Il Governo Letta ha riconfermato gli impegni (a partire dal rispetto del tetto del 3% del deficit in rapporto al Pil) e si appresta ad affrontare il 20 e 21 dicembre a Bruxelles la nuova e difficile questione degli "ACCORDI CONTRATTUALI" (come da PIT STOP del 25 novembre) sponsorizzati dalla Germania e al momento guardati con un certo favore dai ministri dell'Economia e per gli Affari europei Frabrizio Saccomanni ed Enzo Moavero Milanesi.

Personalmente, il premier Enrico Letta, è impegnato a profilare il semestre di presidenza italiana in Europa (scatta il 1°luglio 2014) come un momento di svolta in direzione della crescita e del rafforzamento politico dell'Unione, ma appare molto preoccupato per il rinforzarsi del vento euroscettico e "populista".

In effetti, come detto, oggi è prevalente una maggioranza eurocritica, e nemmeno troppo sottotraccia cominciano a fare breccia anche  le tesi del prof Giuseppe Guarino (PIT STOP del 23 novembre). Grillo è stato il più lesto nel capire che quello europeo è un terreno oggi politicamente fertile.  A Genova, sulla scia delle "perdita" di sovranità nazionale, ha proposto: un referendum su restare o meno nell'euro; l'alleanza con i paesi mediterranei  (Francia, Spagna, Portogallo, Grecia, è l'idea anche di Romano Prodi) aggiungendo però "se vogliamo l'euro dobbiamo avere il 20% di svalutazione, così si può fare"; investimenti in ricerca fuori dal limite del 3%; stop al Fiscal compact (e in parallelo dazi a sostegno delle piccole e medie imprese); abolizione del pareggio di bilancio e "vedremo noi come sforare e non sforare".

A sua volta, il sindaco di Firenze Matteo Renzi, impegnato a conquistare la leadership del Pd, partito che esprime oggi Enrico Letta premier a Palazzo Chigi, nel suo programma "CAMBIARE VERSO" ha ben presente il tema Europa in chiave critica (anche se, avendo tra i suoi obiettivi quello di sottrarre consensi a Grillo e al M5Stelle, dovrà in qualche modo rinforzarlo). A parte il richiamo generale agli  Stati Uniti d'Europa (in questo, in tandem con Letta) e allo slogan facile delle "5 E" (Europa, educazione, energia, equità entusiasmo), Renzi dice "Ce lo chiede l'Europa ha stancato", "no alla tecnocrazia di Bruxelles", "non basta fissare qualche percentuale per governare questo organismo complesso, serve conoscere il suo passato e definire il suo futuro", "superare il 3%, parametro anacronistico". Molto di meno di quanto chiede Grillo, ma comunque molto di più – in chiave critica- di quanto fin qui mostrato dal Pd. Se aggiungiamo a tutto questo che la stampella centrista euro-entusiasta si è già polverizzata e che l'universo di destra -pur tra contraddizioni e notevole confusione- è su posizioni euroscettiche, ricaviamo che esiste una larga maggioranza eurocritica. La campagna elettorale, per l'appunto, è già iniziata.