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Mps, Carige, Bpm, Alitalia: il dicembre choc delle ex reginette del capitalismo di relazione

Il conto sta arrivando, pesante, e non è che primo tempo di un film con un finale tutto da scrivere. Dietro l'economia italiana che chiude il 2013, se va bene, con un Pil -1,8%, e in attesa del famoso aggancio alla ripresa, ecco arrivare i conti con la realtà (amara) per le una serie di società ex reginette del nostro capitalismo di relazione.

Vediamo. Si lotta contro il tempo a Siena in vista dell'assemblea del 27 dicembre del Monte dei Paschi (MPS). La Fondazione voterà a favore o contro la ricapitalizzazione di 3 miliardi a sostegno del nuovo piano industriale della banca? Se vota sì non avendo chiuso la posizione debitoria (340 milioni di euro) corre il rischio del fallimento per le conseguenze della diluizione del titolo sul mercato. Se vota no, visto il suo ancora attuale ruolo di dominus, mette in crisi la banca guidata da Profumo e Viola. I giorni sono contati, per la neo presidente  Antonella Mansi, per mettere sul mercato una quota parziale o addirittura totale della partecipazione della Fondazione per evitare di trovarsi di fronte al dilemma sì o no. A Siena non si parla d'altro.

Da Siena a Genova. Qui c'è la banca ligure CARIGE in difficoltà. Ma anche in questo caso bisogna guardare più in alto, alla Fondazione. Si è chiusa (a dispetto di chi nega la presenza dei giochi di partito sul confine Fondazione-banca) la partita politica, nel senso che l'avvocato Paolo Momigliano, ex presidente dell'Amiu, l' azienda del Comune genovese per la gestione dei rifiuti, è stato nominato presidente della Fondazione. Il passaggio politico è chiaro: il centrodestra ed in particolare la componente che faceva capo all'ex ministro Scajola è stata battuta ed ha vinto il centrosinistra del sindaco Marco Doria  (particolare curioso: Momigliano era stato il candidato opposto a Doria nelle primarie del centrosinistra). Ma ora arriva il bello, si fa per dire. Momigliano deve sciogliere (il Tesoro è impegnato da tempo in un forte pressing) il nodo IOR, la banca del Vaticano, che è costato (vendita e riacquisto del prestito convertibile) 100 milioni alla Fondazione. E poi il nuovo presidente dovrà piazzare al più presto sul mercato la quota che detiene nella Cdp: servono soldi pronto-cassa e per ripagare il debito con Mediobanca (i primi 30 milioni scadono nel 2014.

Da Genova a Milano. Alla BPM si va verso l'assemblea del 21 dicembre che deve nominare il nuovo consiglio di sorveglianza che a sua volta dovrà indicare il consiglio di gestione. Due le liste in corsa, quelle di Giarda e Lonardi, mentre Bankitalia (si veda il PIT STOP del 29 novembre) continua spingere per cambiare una governance impraticabile e per l'aumento di capitale da 500 milioni. La Popolare di Milano necessita di una svolta vera, sulle regole di gestione e per aumentare il capitale. Lunedi prossimo inizia il "giro" a tappe del candidato ex ministro Piero Giarda, grande favorito e sostenuto dai sindacati, di fronte ai soci. Dal 21 si comincerà a fare i conti con problemi molto seri per la banca.

Da Milano a Roma, in casa ALITALIA. Come previsto, il famoso interesse delle compagnie aree straniere per la società italiana è rimasto lettera morta. Ci sono 4 giorni di tempo, per i soci, per versare 38,5 milioni, perché il 1o dicembre scade il termine per chi ha sottoscritto la prima parte dell'aumento da 300 milioni complessivi. Il piano di salvataggio -che vede coinvolte le Poste- è legato a questa scadenza ed è molto probabile che alla fine i 38,5 milioni arriveranno (in particolare da Banca Intesa). Ma si tratta, appunto di salvataggio. Un piano industriale vero ancora non c'è e rischia di non esserci. Tra pochi mesi saremo daccapo?