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Art 18, ipocrisia di un dibattito. Marco Biagi, Lama, Renzi e quel documento del Cnel del 1985

Il 27 gennaio 2002, il Sole24Ore, nei giorni in cui l’allora Governo BERLUSCONI inseriva nella delega sulla riforma del mercato del lavoro all’esame del Parlamento una revisione dell’art.18 dello Statuto dei lavoratori, ricordò che anche i sindacati avevano già proposto una revisione.

La prova: il documento (qui in versione integrale) del Cnel del giugno 1985, votato a maggioranza, elaborato dalla Commissione presieduta dal sindacalista Piero BONI e di cui facevano parte anche i leader della Cgil, Luciano LAMA, e della Uil Giorgio BENVENUTO.

 La Commissione Boni aveva sollecitato una riforma della legislazione partendo dalla constatazione che i diversi regimi esistenti erano troppo numerosi e tali da creare una serie di gravi disparità (si parla testualmente di “sperequazioni irrazionali di trattamento dei lavoratori”). Si distinguevano infatti, come si può leggere nel testo del documento, le aziende tra quelle con più di 35 dipendenti o meno di 16. Risultato: una fitta e per nulla equa giungla normativa. 
Così, si suggeriva di semplificare le norme esistenti e limitare il reintegro a due fattispecie, in presenza di vizi di forma, per esempio se il licenziamento era stato solo orale o non era stata rispettata la procedura prevista, oppure per illiceità del motivo, quando cioè si effettuava una discriminazione. In tutti gli altri casi era lasciata all’imprenditore la scelta tra il reintegro o il pagamento di una penale a titolo di risarcimento. Sarebbero rimasti fuori da questa norma, valida per tutti, i massimi dirigenti dell’impresa, chi forniva prestazioni domestiche o personali e tutti i lavoratori di imprese con meno di cinque dipendenti. E come ricordava Massimo MASCINI sul Sole del gennaio 2002, il documento Cnel non si interessava solo di licenziamenti, ma dell’intera legislazione del lavoro, dall’efficacia erga omnes dei contratti all’avviamento, alle classificazioni delle mansioni, alle retribuzioni, alle ferie, all’orario di lavoro, prevedendo anche nuove forme flessibili di lavoro, come quello interinale, quello a tempo parziale o a termine.

Non se ne fece nulla, ma agli atti sarebbe restato che un leader della Cgil del calibro di Luciano LAMA condivideva nel 1985 questa impostazione riformista. Non a caso, il 29 gennaio 2002, in un editoriale sul Sole24Ore dal titolo “Incomprensibile il secco rifiuto”, il giuslavorista Marco BIAGI, poche settimane prima di essere assassinato dalle Br, ricordando che la proposta (a titolo sperimentale) del governo BERLUSCONI era molto meno incisiva di quella dei sindacati nel 1985, chiedeva un “confronto nel merito”.

Non ci fu allora, il confronto nel merito, ed è difficilissimo anche oggi, nel 2014 (ai tempi del Governo RENZI che punta a ri-affrontare la questione, anche se non potrà la sola riforma dell’art 18 portarci fuori dalla crisi), a quasi trent’anni dall’approvazione del documento del Cnel. BIAGI, che lottava contro la precarietà dei co.co.co, fu allora isolato ed è ancora apertissimo il caso della sua mancata protezione. Sulle sue idee fu costruito un castello di bugie, a sinistra e a destra, e per anni un dibattito ipocrita ha impedito qualsivoglia seria e aperta discussione. Colpisce che ora il senatore e giuslavorista Pietro ICHINO usi queste precise parole: “La sinistra, politica e sindacale, deve stare attenta a non ripetere gli errori del passato, consisititi nello squalificare la persona che dissente, nel creare quella sorta di cordone sanitario per isolare chi sostiene idee diverse da quella della sinistra marxista tradizionale, perché questa tecnica di isolamento presenta poi il rischio che schegge impazzite colpiscano la persona isolata. Io confido che la sinistra abbia imparato la lezione del passato”.
Confidiamo tutti. Ricordando anche che con l’ipocrisia dei silenzi, mezzi silenzi e complici vuoti di memoria nessuna svolta è possibile.

  • Fla |

    Ma nei fatti è vero. E’ un po’ come la polemica sull’INPS e le pensioni. Se tutti, invece di essere assunti a tempo indeterminato, sono assunti come co.co.pro. è un FATTO acclarato che i contributi INPS calano a fronte di (ipotesi popolazione che “invecchia”) prestazioni pensionistiche crescenti. Quindi che fare? Non cercare di ampliare la base dei contribuenti, più lavoro, bensì tagliare le pensioni. Idem per l’art. 18: non estendere le tutele a tutti, bensì toglierle anche a chi ce le ha già. Folle, imbarazzante… se pensiamo di uscire dalla crisi licenziando, stiamo veramente freschi…

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