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Fiat-Chrysler, Luxottica e piccole imprese. E’ arrivato il tempo di una discussione seria sul modello italiano

Bisognerà ricordarsene di questo 13 ottobre 2014. E per cominciare bisognerebbe iniziare una discussione seria sul modello italiano di sviluppo delle imprese. Destino ha voluto che oggi abbia esordito alla borsa di New York Fiat Chrysler Automobiles (FCA) mentre un’altra grande azienda italiana, la Luxottica di Leonardo DEL VECCHIO (multinazionale che vale quasi 20 miliardi e ne fattura 7 l’anno), cadeva pesantemente sul mercato dopo le improvvise dimissioni del capo azienda Enrico CAVATORTA che da solo un mese aveva sostituito Andrea GUERRA, al timone del gruppo per 15 anni.

Prospettive e problemi diversi, dunque, per due storiche imprese italiane, due simboli (seppure in periodi differenti) di quel capitalismo familiare il cui straordinario sviluppo è stato uno dei motori vincenti del sistema Italia. Da un lato, quello Fiat, non si può oggi che registrare un passaggio storico, e si comprende sia la soddisfazione del presidente John ELKANN sia quella dell’ad Sergio MARCHIONNE, il quale ha detto di aver “abbracciato lo spirito d’avventura” per una sfida difficilissima. Quanto FCA riuscirà ad affermarsi come costruttore globale lo diranno i risultati e dunque il mercato. E vedremo come si assesterà il titolo sui mercati finanziari. Certo è che dieci anni fa Fiat era un’azienda sull’orlo del collasso e oggi sbarca, unita a Chrysler, a Wall Street. Un dato, appunto, storico.

Non ha nulla di storico in positivo, invece, il capitombolo della Luxottica, fiore all’occhiello dell’imprenditoria italiana. Qui siamo al cospetto di un piccolo-grande caos familiare che si riverbera su un colosso multinazionale. Non è certo il caso di aprire un processo al capitalismo familiare all’italiana (assai restìo, per la sua gran parte, a quotarsi in borsa) che ieri come oggi ha dato e dà comunque prove di eccezionale vitalità sui mercati di tutto il mondo. Tuttavia il caso Luxottica spalanca una finestra sulle crescenti difficoltà del passaggio generazionale nelle aziende italiane a trazione familiare, che è uno dei punti sul quale da tempo insiste anche la Banca d’Italia.

Sullo sfondo va poi affrontato (anche qui con pragmatismo e senza paraocchi ideologici) il tema della dimensione delle imprese. Non è il caso di FCA e di Luxottica, evidentemente. Ma è un “caso” del modello italiano nel suo complesso, vista l’ossatura medio–piccola e piccolissima del sistema. Qualche giorno fa una brillante analisi di Sergio DE NARDIS, capo economista di Nomisma, ha messo l’accento sui divari di produttività tra le imprese tedesche e quelle italiane, evidenziando che “Più determinante nell’incidere sulla produttività è il numero sproporzionato di micro-imprese: al netto di quest’ultime, il livello di efficienza dell’industria italiana non è molto distante dalla Germania. Ciò è confermato da un esercizio contabile di convergenza della produttività italiana a quella tedesca che mostra come il recupero del divario si avrebbe non tanto attraverso una identificazione del nostro mix produttivo con quello della Germania, ma con un avvicinamento della distribuzione degli addetti per classi dimensionali delle imprese a quella che caratterizza l’industria tedesca”. 

Il tema della dimensione è un altro cavallo di battaglia di Bankitalia. Di recente l’ha affrontato il direttore generale Salvatore ROSSI: “la piccola impresa matura “all’italiana” non ha molto futuro; in alcuni casi non ha neanche un presente. L’Italia è, tra i principali paesi europei,quello dove il divario di produttività tra imprese piccole e medio-grandi è il più ampio. Le imprese nascono piccole ovunque, ma poi o muoiono o crescono in fretta. In Italia, se non muoiono, restano a lungo nel limbo della piccola dimensione: la quota di piccole imprese mature (con almeno dieci anni di vita) è da noi superiore al 50 per cento, contro il 45 della Spagna, il 40 degli Stati Uniti e della Francia”.

Insomma, è arrivato il tempo di una discussione seria su cosa vuole fare, da grande, il sistema italiano. Familiare e no.

 

  • mctarabini |

    Se le aziende sono disincentivate a crescere tra IRAP, art 18 e tasse sui capannoni.

    Ma anche ammesso che una azienda voglia crescere… servono i soldi… e se quelli che tiri sù finiscono tutti a pagare le tasse, come ampli il capannone? come compri nuovi macchinari? …Certo, ci sono le banche che ti offrono tassi da usura… così dopo, invece di lavorare per lo stato, si lavora per stato e banche. 😛

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