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La caduta tendenziale del banco-centrismo all’italiana e il pressing Tesoro-Bankitalia

Questo post è la versione in italiano dell’analisi  pubblicata questa mattina su Italy24, edizione digitale in lingua inglese del Sole24Ore

Finisce un’epoca, quella fondata sul finanziamento delle imprese attraverso il canale (pressoché esclusivo) del credito bancario? Proprio davanti ad una platea di banchieri, il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, ex direttore esecutivo del Fondo Monetario Internazionale ed ex capoeconomista dell’Ocse, ha deciso venerdi scorso di dire “basta” al “banco-centrismo” del sistema italiano. Una delle caratteristiche più tipiche del modello capitalista-familiare affermatosi in Italia.

“Il finanziamento dell’economia non può esaurirsi nel ruolo del sistema bancario”, ha spiegato il ministro. Per finanziare gli investimenti, di cui l’Italia ha una fortissima necessità, per Padoan è “indispensabile diversificare le fonti, soprattutto in un Paese come questo ‘bancocentrico’, e impiegare il risparmio anche in strumenti innovativi”.

Il sistema finanziario italiano è incentrato nell’intermediazione bancaria. Secondo i dati della Banca d’Italia all’inizio del 2014 i prestiti delle banche coprivano il 40% delle passività finanziarie totali (debiti finanziari più patrimonio) contro il 23% in Francia, il 30% nel Regno Unito, il 15% negli Usa. In questo, l’Italia assomiglia alla Germania, altro paese ‘bancocentrico’ che detiene una quota analoga. Di recente, anche il direttore generale della Banca d’Italia, Salvatore Rossi, ha fatto notare che gli investimenti in capitale di rischio dei fondi di venture capital e di private equity, intermediari finanziari specializzati nel favorire la crescita delle imprese, sono pari ad appena il 2 per mille del Prodotto interno lordo (Pil), come in Germania, la metà che in Francia, un quinto che nel Regno Unito.

Per molti anni, il sistema bancario, nell’analisi della Banca d’Italia, ha sostenuto la struttura frammentata e familiare del capitalismo ‘made in Italy’ ricavandone, come ha spiegato Rossi, una “rendita non dovendo subire una forte pressione competitiva da altre fonti di finanziamento, come i mercati finanziari e dei capitali” (sempre secondo Bankitalia vi sarebbero in questo momento in Italia 500 imprese che avrebbero le caratteristiche e l’interesse a quotarsi in borsa).

Ma ora la crisi ha modificato in profondità il rapporto tra banche ed imprese (in particolare quelle medio-piccole, che sono l’asse portante del sistema produttivo italiano) e ad entrambe si richiedono forti cambiamenti.

Il peso dell’indebitamento bancario è dunque destinato a scendere e il ministro dell’Economia Padoan, rivolto ai banchieri, ha detto anche che a quindici anni dalla “legge Ciampi” sarebbe opportuno – senza mettere mano ad una nuova legge- avviare una riflessione sul ruolo e le possibilità future delle Fondazioni bancarie, in particolare nel segno della più ampia trasparenza sulla gestione del risparmio, erogazioni, governance.

 Sia il Fondo Monetario Internazionale sia la Commissione europea (si veda in particolare il punto 4 delle raccomandazioni  al governo italiano del luglio scorso) chiedono “miglioramenti nell’efficacia dell’intermediazione bancaria” di questi enti. Il presidente dell’Acri (Associazione Casse di Risparmio) Giuseppe Guzzetti, e il presidente dell’Associazione bancaria italiana (Abi), Antonio Patuelli, sono aperti al confronto ma rilevano che il Governo Renzi, con la Legge di stabilità appena presentata, colpisce con una nuova tassa sui profitti le Fondazioni. L’inasprimento si somma all’aumento dal 12 al 26% del prelievo sui patrimoni finanziari e l’aggravio tributario arriva a 360 milioni di euro. Al contrario, negli altri paesi dell’Occidente, secondo l’European Foundation Centre, le Fondazioni bancarie beneficiano di sgravi fiscali.

Il confronto, dunque, continua.

NB. Il banco-centrismo italiano è al centro, sempre oggi, di un’analisi di Simon Nixon sul “Wall Street Journal” L’Italia, spiega tra l’altro Nixon, è l’economia europea  “più dipendente dal credito bancario” ed un fattore di debolezza è rintracciabile anche nella governance basata sulle Fondazioni bancarie.