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Renzi e il Quirinale, poteri in battaglia sul “profilo” del nuovo Presidente. Sullo sfondo di un modello ibrido

Chi lo tira di qua, chi di là: quale deve essere il profilo del nuovo Presidente della Repubblica? La risposta non è scontata. Inevitabile, dato che nell’infinita transizione italiana è possibile tutto e il contrario di tutto. La Costituzione, per cominciare. La bussola che l’Italia s’è data dice per esempio che il Capo dello Stato rappresenta l’unità nazionale ed invia messaggi alle Camere, ma questo non significa che il suo sia un ruolo notarile. Per fare solo due esempi, la Costituzione gli attribuisce (il mandato dura 7 anni e può essere rieletto) la nomina del Presidente del Consiglio, cioè il capo del governo, ed il potere di sciogliere il Parlamento.

D’altra parte il Presidente del Consiglio italiano non è un premier all’inglese (con tutti i poteri previsti da un premierato effettivo) ma a sua volta quella italiana non è una repubblica presidenziale all’americana (dove il presidente è anche capo del governo) o semi-presidenziale alla francese (presidente forte ma non capo del governo) né assomiglia al caso tedesco (dove il presidente della Repubblica ha davvero un ruolo di rappresentanza.  Insomma il nostro è un modello ibrido, che col passare del tempo si è adattato a seconda delle circostanze e delle personalità in campo. Così la Presidenza della Repubblica ha accentuato via via il suo profilo interventista  (compreso quello di “garante” in Europa e nel mondo) mentre la Presidenza del Consiglio (compresa la lunga stagione berlusconiana pure sorretta da un consenso popolare molto alto) ha visto erodere i suoi poteri.

Il problema è che ora è arrivato il ciclone Renzi (PIT STOP del 1° gennaio). Che non siede in Parlamento ma “comanda” a Palazzo Chigi e da Palazzo Chigi come nessun Presidente del Consiglio prima, anche lui di fatto accentuando il profilo interventista-riformista, compreso il ruolo di “garante” in Europa e nel mondo, e riadattando gli equilibri tra Palazzo Chigi ed il Quirinale. Per cui, gioco forza, il timoniere del governo (che essendo anche il leader del Pd, il maggiore partito italiano, è l’uomo che apre la partita delle elezioni presidenziali) cerca – passando per il Patto del Nazareno con Berlusconi- di evitare che al Quirinale salga un “tutor”, uomo o donna, giovane o vecchio volpone non importa, che gli si possa mettere di traverso imbrigliando di fatto la sua politica e il suo governo.

In mezzo, tra Renzi ed il prossimo Presidente della Repubblica, una folta schiera di amici e nemici dentro e fuori i partiti, a cominciare dal Pd. Col giochino sul “profilo” (possibile e/o dovuto) del nuovo Presidente della Repubblica che si allarga o si restringe col metro della geometria variabile delle convenienze. Nella solita opacità di fondo.

Una battaglia politica, poteri in battaglia che riempiono i vuoti e gli equivoci di un modello, anche costituzionale, che mostra tutti i suoi limiti.