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Inchiesta su caso Moro, la prima Verità è nella contesa procedurale tra Camera e Senato

Prima è partita la Camera, ma poi è arrivato anche il Senato. E ora siamo al piccolo ingorgo istituzionale: miracoli all'italiana del bicameralismo perfetto, dove le Camere comunicano tra loro "dopo aver appreso dagli organi di informazione". Tutti alla ricerca della verità (con una Commissione parlamentare d'inchiesta) sul rapimento e l'uccisione nel 1978, per mano delle Br, di Aldo Moro.

Accade questo. Il 24 luglio scorso viene lanciato alla Camera il testo della proposta per una nuova Commissione (monocamerale) d'inchiesta sul caso Moro. Primi firmatari due deputati del Pd (Fioroni e Grassi) il disegno di legge può contare su una novantina di altre firme, sei delle quali sono quelle dei capigruppo parlamentari Speranza (Pd), Brunetta (Pdl) , Dallai (Scelta civica), Pini (Lega Nord), Migliore (Sel), Meloni (Fratelli d'Italia).

Cosa c'è di nuovo da sapere (entro 18 mesi dall'eventuale istituzione della Commissione) dopo cinque processi, innumerevoli libri, studi, inchieste giornalistiche e tenuto conto del lavoro della prima Commissione d'inchiesta (1979-1983) e della successiva Commissione d'inchiesta sul terrorismo in Italia istitutita nel 1988 (e nel 1999 ridenominata "Commissionei stragi")? I proponenti spiegano che nuove rivelazioni fanno emergere il più che fondato sospetto che "la morte di Moro poteva essere evitata". Dunque, la proposta di inchiesta parlamentare "ha l'ambizione di scrivere la parola fine sulla verità storica dell'evento, ma anche di recuperare il ritardo e le omissioni dello Stato sull'intera vicenda".

La proposta viene discussa ed approvata qualche giorno fa dalla Commissione Affari Costituzionali della Camera (il relatore del provvedimento, Gianclaudio Bressa, spiega che i 55 giorni del sequestro Moro si sono trasformati in un 'luogo paradossale' della memoria italiana) ed è ora pronta per essere esaminata dall'Aula di Montecitorio. Il calendario prevede la discussione entro questo mese di novembre.

Ma la parola fine la vuole scrivere anche il Senato, non solo la Camera. Infatti a Palazzo Madama non sono rimasti con le mani in mano. Passata la chiusura estiva, ecco presentato il 10 settembre il testo della proposta di legge n°1030 di iniziativa dei senatori Compagna (Gal), Gotor (Pd, storico del caso Moro), Colucci (Pdl), Fattorini (Pd), Gasparri (Pdl), Barani (Gal), Corsini (Pd) e Mauro (Gal). "Si è appreso dagli organi di informazione -scrivono i proponenti- che agli inizi di agosto, il giorno 5 per essere precisi, è stato presentato alla Camera il testo (…). "Che la materia meriti oggi un ulteriore approfondimento in sede politico -parlamentare può essere condivisibile, ma di certo questo nobile e necessario obiettivo potrà essere meglio perseguibile tamite un organismo bicamerale per consentire ad entrambi i rami del parlamento di lavorare agli stessi fini (..). La nuova Commissione non dovrà essere istituita contro qualcuno o qualcosa, ma per conseguire solo l'accertamento della verità".

A sua volta (siamo al 24 ottobre scorso), il senatore Gotor (alla sua firma se ne aggiungono poi altre, tra cui quelle di Compagna e Gasparri) presenta il  testo della proposta d'inchiesta parlamentare (Doc. XXII, n°11) composta da trenta senatori (dunque monocamerale). Ma c'è un perché. La proposta che va all'esame della Commissione Affari Costituzionali di Palazzo Madama, dove si esaminano sia il ddl 1030 sia la proposta Gotor e dove il relatore Della Vedova (Scelta civica) propone di disgiungere l'esame delle due proposte, prende atto che alla Camera è all'esame una proposta analoga e segnala che, "ai sensi dell'articolo 162, comma 4, del Regolamento, la costituzione di due commissioni d'inchiesta su identivca materia da parte dei due rami del Parlamento può dar luogo alla decisione di procedere congiuntamente".

Insomma. si andrebbe ora verso l'istituzione di una commissione bicamerale d'inchiesta sul caso Moro. Per la verità da scoprire, piocola o grande che sia, si vedrà in seguito. Per il momwnto bisogna accontentarsi degli slaom procedurali in Parlamento.