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Fassino e D’Alema, classe 1949, andate e ritorni. Due ex Pci fanno i conti (diversi) con l’effetto-Renzi. Nel Paese “ingessato”, ieri e oggi

Effetto RENZI per un ex comunista (riformista) sempre più liberale un ex comunista sempre meno blairiano e più di sinistra-sinistra. Destini incrociati, nell’autunno 2014 che riporta alla ribalta la riforma del mercato del lavoro e il famoso art. 18, per Piero FASSINO (sindaco di Torino e presidente Anci) e Massimo D’ALEMA, due leader storici del PCI e del post-PCI, entrambi anche ministri e uno, D’ALEMA, anche presidente del Consiglio (1998-2000). Tutti e due classe 1949 (Fassino compie gli anni il 7 ottobre, dunque auguri).

Fassino, in un’intervista a Fabio MARTINI de “La Stampa” del 3 ottobre (titolo: “Paese ingessato, le riforme hanno una valenza di sinistra”), ha appena detto che è “cambiato tutto”, che “occorre superare le troppe barriere che hanno irrigidito il mercato del lavoro” e che le proposte di RENZI sull’art. 18 “da una parte consentono di tutelare con il reintegro chi sia colpito da discriminazioni edall’altra di accompagnare con l’indennizzo e gli ammortizzatori sociali chi abbia perso il posto e sia alla ricerca di un nuovo lavoro”. Per il sindaco di Torino, c’è oggi in Italia una forte domanda di cambiamento che è “intercettata da Matteo RENZI”. Le riforme liberali, dice Fassino hanno una “valenza di sinistra” e “liberale è chi libera risorse, chi cambia il sangue al sistema”. Nella storia del movimento operaio italiano – è ancora FASSINO a parlare- “non sono mancati momenti di divaricazione…chi governa ha il dovere di assumere decisioni che corrispondano ad un interesse generale, anche esponendosi ad impopolarità e rischi..”

Dodici anni fa, nel 2002, Fassino (allora segretario Ds) e D’ALEMA (allora presidente Ds) la pensavano allo stesso modo: comunque contrari (e in prima fila alla grande manifestazione della Cgil di Sergio COFFERATI del marzo 2012 a difesa dell’art. 18) alle ipotesi di modifica del governo BERLUSCONI, ma, sullo sfondo di analisi diverse all’interno della sinsitra, non “schiacciati” sulla posizione di COFFERATI (si veda una lettera di Fassino al “Corriere della Sera” del giugno 2002). Del resto, allora anche D’ALEMA era “fresco” degli scontri con la Cgil di COFFERATI alla fine degli anni ’90, quando ai vecchi schemi della sinistra preferiva il “O ci modernizziamo o moriamo” del leader inglese, dal 1997 premier a Londra. Un Tony Blair per il quale equità e impresa “devono andare mano nella mano”.

Già, ma se la mano è quella dei “padroni” e non degli imprenditori? L’intervista di FASSINO suona anche come risposta al D’ALEMA della direzione del Pd di lunedi 29 settembre (definita subito su twitter la “vera Bad Godesberg della sinistra italiana, messo secolo dopo” da Giampaolo Galli, deputato Pd, fine economista e già direttore generale di Confindustria), quella delle rasoiate contro RENZI su art.18 e dintorni e della riproposizione dalemiana, emblematica, del termine “padroni”. Che RENZI, al contrario, definisce “lavoratori” che lui vuole rappresentare.

Questione non solo lessicale. E dire che nel dicembre 1998 a Catania, di fronte a molti uomini d’impresa, l’allora premier D’ALEMA lanciava sul piatto del confronto un “crescete, arricchitevi, investite, se ci sono ostacoli li toglieremo di mezzo”. Perché l’Italia è “un Paese che appare ingessato, ancora convalescente e sotto l’effetto choccante dei grandi cambiamenti di questi anni”.

Paese “ingessato”, D’ALEMA 1998. Paese “ingessato”, FASSINO 2014. Destini incrociati, andate e ritorni di due ex comunisti classe 1949 che ora fanno i conti, ciascuno a suo modo, con l’effetto-RENZI.